Benvenuto in OVS
Grazie per esserti iscritto alla nostra newsletter!
Scopri le nostre collezioni!
Ci dispiace, ma non possiamo iscrivere questo indirizzo perché è già presente un utente già registrato su OVS.it con questa email.

Se vuoi modificare l'indirizzo con cui sei registrato alla newsletter devi accedere al sito OVS seguendo questo link e poi entrare nella sezione 'dati personali'.

Se ti servono maggiori informazioni, non esitare a contattare il nostro servizio clienti.

Pedagogia dolce: cos’è?

Barbara Damiano 18.03.2019

Esistono tante etichette per definire la pedagogia: dolce, non violenta, non direttiva, positiva.

 

Più semplicemente qui cerco di parlare di una pedagogia moderna basata sull’ascolto del bambino, invece che sul sistema premi-punizioni.

 

Non è quindi una teoria pedagogica vera e propria, quanto una pedagogia ideale che ho estrapolato dal Metodo Montessori e dal suo rispetto per il bambino.

 

Pedagogia ‘dolce’ (chiamiamola così, per brevità) non significa mancanza di regole: ogni volta che mi capita di proporre metodi non violenti di educazione, mi viene contestato il fatto che i bambini crescono in assenza di regole civili.

 

Questo non è vero.

 

Si può praticare una pedagogia gentile con i bambini, senza renderli né tiranni, né rammolliti. Le regole sono la base di qualunque forma di rispetto, persino la base della libertà!

 

Se quindi vogliamo puntare a un’educazione non violenta, possiamo offrire ai nostri figli delle regole ferree, che riguardino le nostre convinzioni etiche, morali e civili, senza venire meno alla volontà di essere genitori accoglienti.

 

Un progetto educativo moderno: educare con gentilezza

 

Spesso trattiamo i bambini come piccoli robot che devono essere pronti a soddisfare ogni nostra richiesta (perentoria, sotto forma di ordine o verbo imperativo), nel momento esatto in cui la sottoponiamo.

 

Per esempio ci pesa moltissimo dover ripetere al bambino di lavarsi i denti, perché non esegue questo compito al primo colpo.

 

Come possiamo conciliare le nostre esigenze di tempo e rispetto delle regole, con i tempi e il comportamento libero dei bambini?

 

Proviamo innanzitutto a pensare ai bambini come a persone vere e proprie, anche se in miniatura. Persone con il proprio carattere, le proprie inclinazioni, i propri talenti e anche i difetti. Quando chiediamo qualcosa a un bambino, immaginiamo di chiederlo a un adulto: cambierebbe il nostro approccio? La nostra richiesta come sarebbe espressa?

 

Per rendere fiduciosi i figli, al contrario di quanto si possa pensare, il metodo giusto non è lasciare che se la sbrighino da soli e si buttino nella mischia, ma adottare i principi dell’attaccamento parentale (detto anche maternage o genitorialità ad alto contatto).

 

Non abbiate paura di tenere in braccio i neonati, coccolarli, tenerli addosso a voi.

Nemmeno quando crescono: più i figli ricevono amore, più si sentono desiderati nel profondo, più – di conseguenza – la loro autostima e fiducia in sé e nel mondo si accresce.

 

Alto contatto non è solo un costante contatto fisico amorevole, ma anche profonda connessione con i tempi e i bisogni del bambino: essere empatici con lui, mettersi in ascolto, accogliere i suoi momenti di crisi, interpretare correttamente il suo pianto.

 

I pianti non sono capricci

 

Spesso ci disperiamo di fronte al pianto o al capriccio di un bambino, perché ci sentiamo ‘giudicati’ da esso: forse non siamo abbastanza bravi come genitori? Stiamo crescendo un figlio dispotico o debole?

 

In realtà dovremmo iniziare a pensare al pianto del bambino come una semplice forma di comunicazione ‘semi verbale’: il bambino che non sa ancora parlare, comunica con noi attraverso gorgheggi, lallazione, ma anche pianto.

 

Quando il bambino imparerà a parlare, saprà spiegare meglio i suoi sentimenti.

 

Ma solo a due condizioni:

  • se noi abbiamo accolto il suo pianto interpretandolo correttamente – e quindi offrendo al bambino ciò di cui aveva bisogno;
  • se abbiamo verbalizzato i sentimenti del bambino attraverso il linguaggio: ovvero esprimendo ad alta voce i sentimenti provati dal bambino, in un gesto di empatia (capisco che tu al momento ti senta: arrabbiato, felice, stanco, triste, malinconico, frustrato, ecc…).

 

Prendiamoci il tempo di essere gentili

 

Impariamo a prenderci un momento di tempo in più e a respirare.

Fermiamo la collera: smettiamola di urlare ai bambini e abituiamoci a usare le parole, invece delle mani.

 

Abituiamoci prima di tutto ad esprimere i nostri sentimenti: a spiegare al bambino perché siamo arrabbiati.
Spiegargli che non lui, ma il suo comportamento, ci provoca malumore: il bambino deve poter essere amato anche quando sbaglia!

 

La gentilezza è la vera potenza di un’educazione positiva: trattiamo i bambini gentilmente, per insegnargli a trattare anche noi con la stessa gentilezza, e quindi anche gli altri: il mondo esterno, gli esseri umani, la natura, gli animali.

SHOP ONLINE